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Work in progress

Eccomi finalmente! Ho avuto delle giornate decisamente intense, il che è negativo per alcuni versi, ma per altri è stato assolutamente salvifico. Infatti io l’avveduta (leggi tirchia) per eccellenza sono riuscita a consumarmi tutti i megabyte mensili prima della scadenza e sono rimasta senza internet. Che è l’evento meno sconvolgente di questo periodo, ma è bene che lo scriva come auto-monito.
Detto ciò, mi sento come se la vita degli ultimi sei mesi, e anche di più, si fosse riversata a imbuto nelle ultime due settimane. Soffocandomi letteralmente.
Non so neanche dove andare a ripescare l’origine di quanto sto passando ultimamente. Credo sia stato quando ho iniziato a seguire i corsi di quella professoressa che tanto ammiravo e che mai mi sarei immaginata sarebbe diventata la mia relatrice di tesi. Quando ho iniziato ad addentrarmi seriamente quella strana materia quale è la psicologia di comunità. Da lì ho iniziato a desiderare di fare delle esperienze in questo campo e di conseguenza parte del mio tirocinio a TLB. Ho voluto fortemente quel tirocinio, con la stessa intensità con la quale adesso entro ed esco dall’ufficio desiderando di tornare indietro nel tempo e farmi cogliere da un attacco di cacarella il giorno in cui dovevo fare il primo colloquio per entrare a TLB. Desiderio intervallato dalle imprecazioni più svariate.
Il motivo è così riassumibile: se prima di TLB, quando spiegavo la psicologia di comunità ai non addetti ai lavori, dicevo che era la psicologia che studia le situazioni e le persone normali, adesso rispondo che è quella psicologia che studia tutti quei matti che non sono (ancora) stati rinchiusi.
Un po’ alla volta mi libererò da mesi di repressione forzata (cosa sbagliatissima, scrivere mi fa sfogare, avrei dovuto farlo prima). Ma in fondo non tutto è così negativo. Una cosa su tutte? Adesso lavoro, non so quando riscuoterò il primo stipendio. Ho orari di merda, ma a quell’ora so che posso alzare il culo dalla scrivania e tornarmene a casa, faccio meno ore di quando non venivo pagata e tutto sommato lavoro parecchio meno. Mi posso addirittura permettermi il lusso di guardare lo schermo fingendomi assorta in qualsivoglia pensiero lavorativo mentre invece sto pensando a cosa mettere in pentola per cena.  Tutto questo pagata. Non male in questi tempi di crisi, e non male dopo un anno di lavoro gratuito.

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