mercoledì 16 gennaio 2019

Storie di colon diversamente regolari

Essere diversamente occupati e poter stare dietro alla propria salute non vanno di pari passo. Sorvoliamo sui tempi di attesa per una visita:vanno talmente in là coi mesi che tu non puoi neanche lontanamente immaginare se in quel momento lavorerai e, se sì, se potrai prenderti una mezza giornata per curarti. Accetti la data e quasi speri di rimanere sufficientemente disoccupata per non mancare la visita per l'ennesima volta. Poi pensi che la disoccupazione ti causa travasi di bile e ulcera e quindi che avrai di nuovo bisogno della visita di un medico.
Un loop infinito.

Ma la diversa occupazione incide negativamente anche su altri aspetti della cura del nostro organismo. Sto parlando di mantenere una certa regolarità. E ci siamo capiti.

Essere diversamente occupati significa, in molti casi, non avere orari e luoghi certi in cui sai che puoi essere tranquillo per fare quello che certe volte tocca fare. Ho già forse raccontato di quel periodo che passavo tipo 10 ore fuori casa, lavorando due ore qua e un'ora là, facendo la bellezza di 4 lavori in uno stesso giorno. Una mia ex collega invece scherzava affermando di avere l'ufficio in macchina. Poi ho visto la macchina e ho capito che non era uno scherzo e che senz'altro il suo ufficio non era dotato di servizi igienici.
Mi si può appuntare che anche chi lavora su turni potrebbe aver difficoltà a mantenere una naturale regolarità. Indubbiamente chi lavora da turnista non ha vita facile, ma se ha un lavoro NORMALE dopo le sue otto o sei ore, qualsiasi siano, se ne può andare a casa a farsi gli affari propri. Un diversamente occupato è come un turnista che quando esce da lavoro si deve affannare per cercarne un altro, per arrotondare, per farsi un altra possibilità, per cercare un'altra strada.

E solo alla fine, se ha tempo, un gabinetto.

(Si sa che fare l'artista non è propriamente un lavoro stabile. Facciamoci due domande sul perché Piero Manzoni l'abbia fatta in un barattolo)

mercoledì 9 gennaio 2019

Rory Gilmore, una di noi

Non so se sbaglio ad attribuirne la causa all'avvento del digitale terrestre, ma da un tot di anni a questa parte mi pare che raccapezzarsi nei palinsesti televisivi sia diventata una mission impossible.

Ciò è vero soprattutto se si vuol seguire una serie tv. Fortuna che c'è internet, perché se vuoi vedere un telefilm adesso col digitale ti può capitare di trovare un canale che lo trasmette anche per 12 episodi al giorno ma in ordine sparso, personaggi che invecchiano e ringiovaniscono, spariscono, muoiono e ricompaiono nella puntata successiva che in realtà non è quella dopo" ma la prima, mentre tu avevi appena visto la 15 della sesta serie.

DA IMPAZZIRCI.

Io confesso però di avere un debole per certe serie e non importa che puntata stiano mandando. Riguardarne una replica mi fa sempre piacere. Una su tutti SVU, non fosse altro per Elliot Stabler e il suo carico infinito di testosterone.

Un'altra serie da riguardare a più non posso per me è Una mamma per amica. Mi fa sempre sorridere. Ma, a proposito di internet, fortuna che in tv non fanno vedere le ultime quattro puntate registrate appositamente per Netflix perché non le vorrò mai più riguardare. Per chi non sa: la creatrice dello show Amy Sherman Palladino era andata via alla penultima stagione, e il suo sostituto non sembrava essere stato all'altezza di darne degna conclusione. A me non era dispiaciuta. Avevamo seguito fin da quando era ragazzina Rory, studentessa modello appassionata e piena di sogni, e vederla partire per il suo primo incarico da giornalista ce la faceva immaginare in una vita piena di possibilità. La Palladino, che aveva fatto un gran puzzo per dire che lei sarebbe stata più brava, ce l'ha fatta ritrovare a dirigere praticamente GRATIS il giornaletto scialbo del suo paesello.

Parliamone.

La brillante e intelligentissima Rory Gilmore è più diversamente occupata di me.

Cara Amy Sherman Palladino. Il tuo fine serie non mi è piaciuto per nulla ma il messaggio l'ho recepito forte e chiaro: se non ce l'ha fatta Rory Gilmore, noi comuni mortali possiamo davvero metterci l'anima in pace.

venerdì 4 gennaio 2019

Un anno in (un po' meno di) 12 foto

Premetto che mi piace fotografare qualsiasi cosa e che fotografavo ancora quando non lo faceva nessuno, da piccoletta con la macchina a carica manuale del rullini. Certo, col rullino dovevi essere più parsimonioso, perché se ti andava bene le pose erano 36 e se ne sbagliavi uno la foto era buttata e le scatole giravano. Ora 36 foto minimo le faccio col cellulare al mio gatto in capo alla mattinata. E la foto più di merda viene con capolavoro con i programmi di "postproduzione". Questa espressione mi da i brividi. Per carità, non demonizzo il digitale, per molte cose mi piace. Diciamo che ha pro e contro come il più delle cose.

In ogni caso per me le foto sono essenzialmente ricordi, za con una foto provo a immortalare cosa ho provato davanti a un tramonto, a un cielo azzurro in montagna o a un paesaggio a perdita d'occhio (non sono brava a fotografare le persone). Perciò non ho una reflex d'ultimo grido che se non ce l'hai nom sei nessuno: io scatto con due compattine estate e un cellulare scassato. E mi va benone così.

Tutto questo per dire che, non so se lo avete notato, qua a fianco qualche mese fa ho creato una sezione "La foto del mese", per arrivare poi a fine anno a ricapitolare i ricordi passati. Ora, proprio perché l'idea mi è venuta ad anno inoltrato, mi aiuterò con altre foto da instagram. Il 2019 sarà sicuramente più preciso!

Ecco il mio 2018 in scatti 📷



Questa foto vale per i primi mesi del 2018. A fine 2017 mi ero imbarcata in un lavoro non propriamente soddisfacente ma che mi faceva sperare di essere in futuro meno precaria. A gennaio ho subito capito che l'aria che tirava era la solita gelida della presa in quel posto e ha iniziato a pesarmi tantissimo.


Questa foto invece mi ricorda quando, qualche mese dopo, ho capito che non era veramente cosa e me ne sono tornata ben contenta al mio rassicurante lavoro stagionale. I grattacapi che mi sono trovata ad affrontare nei mesi a venire mi hanno confermato più che mai di aver fatto la scelta giusta.

Per ricordare l'estate ho solo questo scatto. Il conto alla rovescia per il giorno più lungo. Il giorno che segna idealmente l'inizio della discesa.
A settembre ho avuto l'idea della foto del mese, mentre come al solito mi scapicollavo per arrivare puntuale al lavoro. Mi sono fermata un attimo e ho realizzato in un sospiro di sollievo "ho le scarpe chiuse e stanno cadendo le foglie". Sono arrivata stanca stanca a fine stagione e non avete idea di quanto ho bramato l'autunno.

Ovviamente, siccome ero stanca, per riposarmi il mese di ottobre mi sono dovuta dare al lavoro dei campi. Non posso neanche dire che le mie sono braccia strappate all'agricoltura perché non mi sento molto portata. La cosa mi scoccia parecchio, intanto perché le mie origini familiari sono contadine e poi soprattutto con questi chiari di luna mi tornava più utile sapere come si pianta una cipolla piuttosto che il pensiero di quel pervertito di Freud.

Novembre: quello che doveva essere il mese del riposo assoluto dopo le fatiche estive e quelle dei campi l'ho passato in giro fra medici e ospedali. Niente di grave, frattura scomposta di balle a parte.
Dicembre è stato il mese dell'inaspettato. Intanto l'essere riusciti ad andare in vacanza e vederla scorrere così bene. Ma anche passare il periodo natalizio in modo slow (ho fatto l'albero l'8 dicembre invece che il 23!) e infine un Natale stranamente affollato. Dopo questa chiusura piena do sorprese, sono proprio curiosa di cosa mi ha messo in serbo il 2019!

mercoledì 2 gennaio 2019

2018

Si è appena chiuso il 2018 e, per quanto mi riguarda, finalmente posso dire di aver passato un anno senza arrivare al 31 dicembre pensando "puttana vacca che anno di merda". Non mi succedeva da un'infinità.
Devo dire che proprio sugli ultimi giorni il 2018 sembrava volesse farsi odiare per forza ma no, caro anno vecchio, non ci sei riuscito perché i tuoi predecessori mi hanno fatto venire due (s)palle così a forza di botte e io ormai so reggere colpi ben più bassi.
E deve essere per questo motivo che l'anno appena trascorso non mi ha poi scalfito il buonumore con cui ho tentato di attraversarlo. Perché rotture di balle ce n'ho avute eh, ma le ho sempre affrontate con un bel maseloandasseroastroncarenel... (oh, si sa che noi toscani non brilliamo per finezza). Certo, sono ancora una diversamente occupata, ma finalmente ho trovato un posto in cui sto bene e i cui problemi, oltre ad essere normali problemi che si possono incontrare sul posto di lavoro, si esauriscono nel puntualissimo giorno di paga. Come direbbe George... What else?


La nota dolente è stata solo una: ci sono persone a me vicine che non hanno passato una grande annata. Quindi caro 2019 ti chiedo una cosa. Per me va bene così, guarda, non chiedo altro. Ma puoi impegnarti un pochino di più per renderli felici?

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